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Scuola Formatori
Headline: Il teatro come strumento educativo
Quattro giornate, dalle dieci alle sedici. Un teatro in via Pastrengo, a Como, nell’ultima settimana di luglio. Fuori la città si svuota per le ferie. Dentro, un gruppo ristretto di persone lavora su qualcosa che di solito si impara per imitazione, sul campo, senza un nome preciso: come si tiene insieme un palcoscenico e un’aula.
Si chiama Scuola Formatori 2026, e AttivaMente la propone dal 27 al 30 luglio.
Non è un laboratorio teatrale e non è un corso di aggiornamento per chi insegna.
È il punto in cui le due cose si incontrano, e dove di solito si scopre che parlano la stessa lingua più di quanto sembri.
Il percorso attraversa la Drama in Education — la tradizione, nata nel mondo anglosassone con figure come Dorothy Heathcote, che usa il gioco di ruolo e la finzione scenica come dispositivo di apprendimento — e la pedagogia teatrale, intesa come pratica che trasforma chi la fa, non solo chi la guarda.
Accanto a questo, il lavoro relazionale ed espressivo nei contesti complessi: classi difficili, gruppi che non si ascoltano, situazioni dove la parola da sola non basta. E poi gli strumenti di intervento educativo e psicosociale.
C’è anche una parte che raramente compare nelle scuole di teatro, ed è forse quella che fa la differenza tra una vocazione e una professione: gli aspetti amministrativi del mestiere di formatori. Fatturazione, contrattualistica, gestione delle collaborazioni.
La Scuola Formatori non è un fine, è un inizio. Chi partecipa entra in un processo di conoscenza reciproca: con la cooperativa, che è un centro di ricerca, formazione e intervento sull’adolescenza, l’educazione e il teatro, e con le altre persone del gruppo. È pensata come momento propedeutico all’avvio di collaborazioni professionali.
Detto in modo meno istituzionale: serve a capirsi prima di lavorare insieme. A guardarsi lavorare per quattro giorni e decidere, da entrambe le parti, se ha senso continuare.